Cos’è la politica?

di Federico Nicolaci

Ta politikà significa (dal greco) “le cose che attengono alla polis”. La politica è l’ambito del governo della città. Governare la polis è però la tecnica più alta delicata in cui possa declinarsi il fare dell’uomo, perché quella in cui molto si decide del suo destino: prosperità o miseria, educazione o ignoranza, libertà o schiavitù, felicità o disgrazia di quelle comunità di uomini che, variamente organizzate nel corso dei secoli, corrispondono oggi alle nazioni più o meno unite del mondo.

 

La politica è dunque la suprema delle arti e definisce l’orizzonte in cui si dispiega il vivere degli uomini. Per questo è stata definita dai filosofi greci come “arte regia” (basiliké techne): chi governa è colui che guida per l’alto mare aperto della storia quel vascello che è la Città, la comunità, lo Stato.

 

Immensa è la responsabilità del compito e grande dovrebbe essere la saggezza del nocchiere: a differenza di quanto avviene nelle altre arti, infatti, colui al quale la tecnica politica si rivolge non è soltanto il singolo individuo, ma la comunità nella sua interezza.

 

Certo, nella “ città” esistono interessi diversi, in conflitto tra loro (“polemos è padre di tutte le cose”!): ma il compito del politico è proprio quello di armonizzare tali configgenti interessi nell’ambito della superiore armonia, dell’interesse e dell’equilibrio della comunità.

 

Questa idea di politica è però esattamente ciò che è progressivamente venuto a mancare all’azione e alla riflessione politica negli ultimi decenni.

 

Si è smarrita o dimenticata la res (la “cosa” e insieme la “causa”: die Sache, per dirla con Max Weber) che deve animare l’agire di chi si dedica alle “questioni politiche”. Si è perso di vista il senso più intimo del governare come ambito delle decisioni che riguardano il bene degli uomini che abitano lo spazio della città.

 

Il fatto è che la politica stessa sembra aver rinunciato, in un folle gesto di auto-rinuncia, alla convinzione di poter e dover mantenere il comando della Nave, affidando ad altri – spesso espressione d’interessi particolari ed estemporanei – il compito di determinare la Rotta (a questa ‘deriva’ è riconducibile l’ideologia neoliberista).

 

L’azione politica ha così perso non solo unitarietà e coerenza ma anche lucidità e lungimiranza, disarticolandosi e disperdendosi in miriadi di unità decisionali acefale e autoreferenziali, ognuna delle quali invoca, di volta in volta, l’assolutezza e la necessità del proprio punto di vista particolare (idiota, nel senso greco) spacciandolo per universale, spesso avendo i mezzi e le risorse per farlo con successo.

 

La storia degli ultimi trent’anni è tutta racchiusa in questa evaporazione della politica. Il risultato è stato catastrofico: un’azione politica senza strategia né memoria, un’interpretazione settoriale degli eventi, una miopia tecnicistica diventata suprema forma di saggezza, la rimozione e la dimenticanza del senso supremo dell’azione politica – il benessere della collettività – hanno riaperto le porte della Città alla figure inquietanti del disordine, della miseria e del conflitto.

 

Eppure non siamo reduci dalle distruzioni di alcuna guerra (almeno in questa parte di mondo), né di qualche cataclisma naturale. Il presente che viviamo e che attraversiamo è l’immagine più impietosa del fallimento della politica degli ultimi trent’anni.

 

Da questa palude occorre uscire con uno sforzo collettivo. Occorre recuperare un’interpretazione coerente degli eventi e una visione più profonda della decisione politica.

 

La politica non è, del resto, solo quella che chiamiamo “cosa pubblica” (res publica), ma anche e soprattutto l’arte di (saper) condurre, che poi è l’etimo del greco kubernao, da cui l’italiano governo, l’inglese to govern, il francese gouvernement”.

 

Per sapere in quale direzione è meglio dirigere la Nave, occorre certamente capire dove siamo e come ci siamo arrivati, anche a costo di mettere radicalmente in discussione le nostre certezze e l’ideologia politica-economica da cui siamo plasmati: ovvero quell’insieme di dogmi consolidati, anche se sempre più traballanti, di quelle verità di comodo con cui abbiamo convissuto per troppi anni senza troppo attardarci sul problema della loro effettiva consistenza.

 

Ecco perché ad avviso di chi scrive è assolutamente necessario recuperare una “prospettiva politica” su tutte le grandi questioni del nostro presente: dalla crisi dell’euro ai fenomeni migratori; dal futuro dell’integrazione europea alla definizione delle direttrici fondamentali della politica estera; dalle questioni monetarie ai problemi connessi ai processi di globalizzazione e di mobilità dei fattori produttivi.

 

Una prospettiva, questa, che sappia rimettere al centro dell’azione politica il benessere della comunità, e non parametri tecno-metafisici imposti da incomprensibili “vincoli esterni” in nome di altrettanti vuoti e, come la storia recente si è incaricata di dimostrare, fallimentari dogmi politici, forzosamente applicati anche a costo di sacrificare interi popoli sull’altare di una presunta “necessità storica”. Per riformare la politica occorre, prima di tutto, ripensare a fondo il senso dell’azione politica – e si tratta di un esercizio che non può essere più rimandato, se non aggravando le già spaventose contraddizioni e difficoltà.

 

Questa suprema intenzione dovrebbe animare l’agire e il decidere del politico: egli è colui che nel vituperato – e altrettanto frainteso – concetto di interesse nazionale trova il fuoco prospettico dei suoi programmi e della sua vocazione.

 

“Perché interesse nazionale?”, si chiederà qualcuno. Perché interesse nazionale non è sinonimo di quel “sano egoismo” invocato nel 1915 da Salandra – una forma di opportunismo politico e dilettantistica improvvisazione che, tra l’altro, tanti danni ha arrecato alla credibilità della nostra azione diplomatica e all’immagine stessa dell’Italia -, quanto piuttosto la traduzione moderna di un concetto vecchio quanto la politica: l’idea, cioè, che governare sia lo sforzo che una comunità compie (in modo possibilmente collettivo e democratico) per giungere a deliberare nel modo più corretto intorno a ciò che è meglio per la comunità stessa, tenendo presente il contesto concreto delle relazioni storiche con le altre comunità politiche e il bene fondamentale del sistema internazionale. Ogni altra idea di politica cade fuori dall’ambito del governare nel senso più alto e proprio del termine.

 

Certo, per i sacerdoti del “neoliberalismo” – il piccone ideologico con cui è stato screditato pezzo dopo pezzo il concetto stesso di politica e di Stato– ogni platea è buona per inneggiare alla de-politicizzazione come panacea di tutti i mali, accusando di “nazionalismo” (quando non di fascismo) chiunque osi timidamente ricordare che la politica è per definizione quella praxis in virtù della quale una comunità di uomini ha cura del proprio destino e del proprio benessere.

 

È vero, l’eccesso di politica, la totale politicizzazione, soffoca le società e le conduce nel baratro del totalitarismo: questo è fuori discussione. Ma è sorprendente come gli apologeti del tramonto della politica omettano di aggiungere quello che i filosofi occidentali vanno spiegando da almeno due millenni, ovvero che senza politica e autentico governo dei fenomeni sociali non c’è libertà, ma solo anarchia, caos e miseria.

 

 

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